Comunicato Stampa
30.10.2009
L’U.D.C. di San Donà di Piave, considerato che in data 7 luglio 2009 la giunta regionale del Veneto, con delibera n.2067, ha deciso l’avvio della piattaforma pattizia di Distretto per l’attuazione del Piano di Zonizzazione della Polizia Locale del Veneto; e che tale delibera prevedeva una rappresentazione indicativa del riparto dei contributi, indicante un importo complessivo per il distretto VE2A, di cui San Donà risulta facente parte, di € 155.460,00; non comprende come l’attuale amministrazione comunale non si sia adoperata affinché questi contributi non andassero persi.
La delibera n.2067, del 7 luglio, prevedeva infatti precise condizioni e prescrizioni per l’accesso al finanziamento, nonché alcuni termini e modalità perentorie per la presentazione delle domande per l’accesso ai contributi. In particolar modo veniva definito il termine ultimo del 30 settembre 2009 per la presentazione della domanda di partecipazione alla piattaforma pattizia di Distretto e di richiesta di contributo.
L’U.D.C. di San Donà di Piave, ricordando come la ricerca di un’ottimizzazione dei servizi di sicurezza sia un punto cruciale per l’integrazione ed il miglioramento delle funzioni della Polizia Locale, esprime quindi un giudizio negativo sulle scelte dell’attuale amministrazione, sul mancato accesso ai contributi previsti e, soprattutto, sul mancato coordinamento dell’intero distretto.
L’U.D.C. di San Donà di Piave, dunque, prende atto che l’attuale amministrazione risulta nuovamente incapace di coordinare il territorio, e sottolinea come la stessa amministrazione, prima di pretendere posti di rappresentanza territoriale, debba adoperarsi affinché tale rappresentanza sia riconosciuta dalle varie realtà amministrative territoriali, non sulla base delle dimensioni territoriali o numeriche della popolazione, ma sulla base di una credibilità ottenuta con l’impegno in iniziative a beneficio di tutto il territorio.
sabato 7 novembre 2009
L’U.D.C. sui mancati finanziamenti per l’abbattimento delle barriere architettoniche.
Comunicato Stampa
26.10.2009
L’U.D.C. di San Donà di Piave, considerata la documentazione relativa alla legge regionale n.16 del 12 luglio 2007 e le relative deliberazioni della giunta regionale del Veneto successivamente emanate, in particolare la delibera n.727 del 24 marzo 2009 e la delibera n.2874 del 29 settembre 2009, riguardanti le disposizioni generali pin materia di eliminazione delle barriere architettoniche nel settore pubblico, non può far altro che valutare negativamente il fatto che l’attuale Amministrazione Comunale non ha preso in considerazione tale opportunità.
Dai piani di riparto dei contributi previsti dalla legge regionale n.16 con la delibera 2874 risulta infatti che l’attuale amministrazione del comune di San Donà non solo non è stata ammessa ad alcun contributo, ma, cosa ben più grave, non ha presentato alcuna proposta di intervento.
La provincia di Venezia ha presentato infatti istanze dei comuni di Quarto d’Altino, di Annone Veneto, di Jesolo e di Portogruaro, solo per citare alcuni esempi, i quali hanno ottenuto più di 75.000,00 per questo tipo di interventi.
L’atteggiamento dell’amministrazione di San Donà sarebbe comprensibile se gli edifici di proprietà pubblica non necessitassero di questo tipo di interventi. Risulta invece assolutamente non condivisibile viste le condizioni in cui versano gli spazi e gli edifici pubblici.
L’U.D.C. di San Donà ritiene infatti che eliminare ciò che rende non usufruibile un luogo pubblico non sia unicamente un bisogno sociale, ma, piuttosto, un approccio che chi amministra dovrebbe avere quando si opera nel settore edilizio pubblico. L’U.D.C. non può dunque far altro che constatare la scarsa attenzione che in questo caso l’amministrazione ha prestato alle esigenze dei diversamente abili, ed augurarsi che tale atteggiamento non sia sintomo di un preciso indirizzo politico.
26.10.2009
L’U.D.C. di San Donà di Piave, considerata la documentazione relativa alla legge regionale n.16 del 12 luglio 2007 e le relative deliberazioni della giunta regionale del Veneto successivamente emanate, in particolare la delibera n.727 del 24 marzo 2009 e la delibera n.2874 del 29 settembre 2009, riguardanti le disposizioni generali pin materia di eliminazione delle barriere architettoniche nel settore pubblico, non può far altro che valutare negativamente il fatto che l’attuale Amministrazione Comunale non ha preso in considerazione tale opportunità.
Dai piani di riparto dei contributi previsti dalla legge regionale n.16 con la delibera 2874 risulta infatti che l’attuale amministrazione del comune di San Donà non solo non è stata ammessa ad alcun contributo, ma, cosa ben più grave, non ha presentato alcuna proposta di intervento.
La provincia di Venezia ha presentato infatti istanze dei comuni di Quarto d’Altino, di Annone Veneto, di Jesolo e di Portogruaro, solo per citare alcuni esempi, i quali hanno ottenuto più di 75.000,00 per questo tipo di interventi.
L’atteggiamento dell’amministrazione di San Donà sarebbe comprensibile se gli edifici di proprietà pubblica non necessitassero di questo tipo di interventi. Risulta invece assolutamente non condivisibile viste le condizioni in cui versano gli spazi e gli edifici pubblici.
L’U.D.C. di San Donà ritiene infatti che eliminare ciò che rende non usufruibile un luogo pubblico non sia unicamente un bisogno sociale, ma, piuttosto, un approccio che chi amministra dovrebbe avere quando si opera nel settore edilizio pubblico. L’U.D.C. non può dunque far altro che constatare la scarsa attenzione che in questo caso l’amministrazione ha prestato alle esigenze dei diversamente abili, ed augurarsi che tale atteggiamento non sia sintomo di un preciso indirizzo politico.
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Il perché di un’astensione: il Fondo Comune di Investimento Immobiliare – Porta Nord
Comunicato Stampa
24.10.2009
L’U.D.C. di San Donà di Piave, esprime la propria perplessità nei confronti dell’iniziativa dell’attuale amministrazione comunale rivolta all’alienazione e alla valorizzazione del patrimonio immobiliare del comune.
L’U.D.C. sottolinea che, pur essendo tale strategia una scelta relativamente innovativa (relativamente, in quanto, relativamente in quanto esistono già esperienze di questo tipo), tale operazione risulta basata su strumenti finanziari soggetti all’andamento del mercato, con i conseguenti vantaggi e svantaggi che il mercato stesso può portare.
Inutile ricordare che in tempi recenti diverse amministrazioni pubbliche sono rimaste “scottate” da alcune ardite operazioni finanziarie messe in campo utilizzando il patrimonio comunale.
Inutile ricordare che il patrimonio comunale non è patrimonio dell’attuale amministrazione, ma è evidentemente patrimonio di tutti i sandonatesi.
Rimane inoltre da valutare l’opportunità di tale scelta, sulla base degli immobili che saranno oggetto di questa operazione e sulla base degli indirizzi che l’amministrazione comunale vorrà dare a tale iniziativa. Ricordiamo infatti che una simile operazione, attuata a Milano già nel 2008, riguardava immobili esclusivamente residenziali e dava indirizzo affinché le risorse finanziarie liberate fossero destinate principalmente alla riqualificazione ed alla costruzione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica. Il caso sandonatese invece sembrerebbe considerare categorie immobiliari ed interessi totalmente differenti.
L’U.D.C. di San Donà di Piave, dunque, nel prendere atto della volontà dell’amministrazione comunale di percorrere la strada della costituzione di questo fondo comune di investimento, sottolinea nuovamente le perplessità sopra riportate, non ritiene di dare una valutazione dell’operazione vista la mancanza di dati certi sui costi, sui benefici e soprattutto sull’effettiva valorizzazione del patrimonio di tutti i nostri concittadini e preannuncia quindi un voto di astensione.
24.10.2009
L’U.D.C. di San Donà di Piave, esprime la propria perplessità nei confronti dell’iniziativa dell’attuale amministrazione comunale rivolta all’alienazione e alla valorizzazione del patrimonio immobiliare del comune.
L’U.D.C. sottolinea che, pur essendo tale strategia una scelta relativamente innovativa (relativamente, in quanto, relativamente in quanto esistono già esperienze di questo tipo), tale operazione risulta basata su strumenti finanziari soggetti all’andamento del mercato, con i conseguenti vantaggi e svantaggi che il mercato stesso può portare.
Inutile ricordare che in tempi recenti diverse amministrazioni pubbliche sono rimaste “scottate” da alcune ardite operazioni finanziarie messe in campo utilizzando il patrimonio comunale.
Inutile ricordare che il patrimonio comunale non è patrimonio dell’attuale amministrazione, ma è evidentemente patrimonio di tutti i sandonatesi.
Rimane inoltre da valutare l’opportunità di tale scelta, sulla base degli immobili che saranno oggetto di questa operazione e sulla base degli indirizzi che l’amministrazione comunale vorrà dare a tale iniziativa. Ricordiamo infatti che una simile operazione, attuata a Milano già nel 2008, riguardava immobili esclusivamente residenziali e dava indirizzo affinché le risorse finanziarie liberate fossero destinate principalmente alla riqualificazione ed alla costruzione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica. Il caso sandonatese invece sembrerebbe considerare categorie immobiliari ed interessi totalmente differenti.
L’U.D.C. di San Donà di Piave, dunque, nel prendere atto della volontà dell’amministrazione comunale di percorrere la strada della costituzione di questo fondo comune di investimento, sottolinea nuovamente le perplessità sopra riportate, non ritiene di dare una valutazione dell’operazione vista la mancanza di dati certi sui costi, sui benefici e soprattutto sull’effettiva valorizzazione del patrimonio di tutti i nostri concittadini e preannuncia quindi un voto di astensione.
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L’U.D.C. sull’Ospedale Unico nell’ULSS N.10
Comunicato Stampa
16.10.2009
Considerato che da più giorni il Tema “Ospedale Unico” trova ospitalità nella stampa locale, l’U.D.C. di S.Donà di Piave ritiene maturo e doveroso esprimere alcune considerazioni:
1. L’argomento “Ospedale Unico” non è di questi giorni, data da decine di anni ed ogni tanto viene riesumato. Viene offerta così, ad organizzazioni sindacali, organismi di tutela dei malati e rappresentanti delle amministrazioni pubbliche, l’occasione di esprimere la propria opinione attraverso un dibattito a distanza che, per come si sta sviluppando, rischia solo di evidenziare deleteri campanilismi.
2. L’UDC ritiene che venga invece, purtroppo, sottaciuto il vero problema, che è quello delle professionalità e delle tecnologie. Se l’ “INDICE DI FUGA” o “MOBILITA’ PASSIVA” (vale a dire la percentuale di residenti dell’ULSS N.10 che cercano prestazioni sanitarie in ULSS diverse) già nel 2000 era del 34,4% e nel 2008 è arrivata al 38%, e quindi con trend ulteriormente peggiorativo, siamo sicuri che ciò sia imputabile alla presenza nel territorio di tre Ospedali e una Casa di Cura?
Analogo ragionamento vale per l’ “INDICE DI ATTRATTIVA” o “MOBILITA’ ATTIVA” (cioè la percentuale di pazienti di altre ULSS che si rivolgono all’ULSS N.10): già nel 2000 tale indice era del 21%, (tra le ventidue ULSS del Veneto solo cinque hanno ottenuto risultati peggiori dell’ULSS N.10), ora l’indice è ulteriormente sceso al 18,1%. Se consideriamo che molti di questi utenti sono “costretti” a scegliere per motivi turistici o di residenza (litorale del Cavallino ad esempio), è evidente che nell’utenza il tasso di soddisfazione sulle nostre prestazioni è da considerarsi insufficiente.
3. Visti i dati, non è però da fare “di tutta l’erba un fascio”; l’UDC ritiene prioritaria una analisi approfondita e dettagliata dell’indice di fuga e dell’indice di attrazione, identificando reparto per reparto, servizio per servizio, cosa funziona e cosa no; utile ancora, dovessero esistere presso l’Ufficio legale dell’ULSS richieste di risarcimento o denunce per mal-practice, sarebbe una analisi capillare: solo dopo si potranno stabilire i rimedi, i quali, l’UDC ne è certa, dovranno comportare acquisizione di tecnologie e professionalità, anche attraverso un doloroso, ma indispensabile, ricambio di operatori.
4. L’UDC ritiene che solo dopo questa fase, al fine di razionalizzare il tutto, potrà senza dubbio essere utile un ripensamento del numero di strutture ospedaliere e della collocazione geografica. A questo proposito, sicuramente, una manovra riduttiva che, da un lato elimini doppioni, e dall’altro accorpi strutture di ricovero e diagnostiche ad alta tecnologia, garantirà una maggior gestibilità ed economicità. E’ altrettanto chiaro che, nel decidere, si dovrà tener conto di Portogruaro come “baluardo naturale” alle fughe in Friuli, di Jesolo come polo turistico e logico bacino di utenza del litorale del Cavallino, ed anche delle specificità della Casa di Cura Rizzola.
L’UDC di S.Donà non vuole dubitare che l’argomento “Ospedale Unico nell’ULSS 10” sia stato sollevato per distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica indirizzandola verso un falso problema (falso perché non attuale), soprattutto in un momento in cui i resoconti sui media continuano a fotografare situazioni di sofferenza per l’Utenza e, quindi, di obiettiva difficoltà nella gestione della sanità nel territorio.
L’UDC auspica che l’unico organismo deputato a promuovere un confronto serio sull’argomento, in maniera collegiale e non attraverso comunicati o dichiarazioni espresse a titolo personale da singoli amministratori, cioè la Conferenza dei Sindaci, stimoli, e ne sia attiva partecipe, una approfondita analisi dei parametri prima evidenziati: analisi che veda interprete la Direzione Strategica dell’ULSS, e che per gli aspetti di competenza veda attori anche gli Organismi di Tutela dei Pazienti. Solo così la scelta sul numero della/e struttura/e di ricovero e sulla collocazione geografica diventerà una questione di più agevole soluzione, considerando anche le possibilità che l’attuale e le future strutture viarie presentano e presenteranno, ed essendoci il tempo perché la Regione decida, oltre alle nuove schede regionali ospedaliere, anche l’assetto definitivo della Casa di Cura Rizzola.
16.10.2009
Considerato che da più giorni il Tema “Ospedale Unico” trova ospitalità nella stampa locale, l’U.D.C. di S.Donà di Piave ritiene maturo e doveroso esprimere alcune considerazioni:
1. L’argomento “Ospedale Unico” non è di questi giorni, data da decine di anni ed ogni tanto viene riesumato. Viene offerta così, ad organizzazioni sindacali, organismi di tutela dei malati e rappresentanti delle amministrazioni pubbliche, l’occasione di esprimere la propria opinione attraverso un dibattito a distanza che, per come si sta sviluppando, rischia solo di evidenziare deleteri campanilismi.
2. L’UDC ritiene che venga invece, purtroppo, sottaciuto il vero problema, che è quello delle professionalità e delle tecnologie. Se l’ “INDICE DI FUGA” o “MOBILITA’ PASSIVA” (vale a dire la percentuale di residenti dell’ULSS N.10 che cercano prestazioni sanitarie in ULSS diverse) già nel 2000 era del 34,4% e nel 2008 è arrivata al 38%, e quindi con trend ulteriormente peggiorativo, siamo sicuri che ciò sia imputabile alla presenza nel territorio di tre Ospedali e una Casa di Cura?
Analogo ragionamento vale per l’ “INDICE DI ATTRATTIVA” o “MOBILITA’ ATTIVA” (cioè la percentuale di pazienti di altre ULSS che si rivolgono all’ULSS N.10): già nel 2000 tale indice era del 21%, (tra le ventidue ULSS del Veneto solo cinque hanno ottenuto risultati peggiori dell’ULSS N.10), ora l’indice è ulteriormente sceso al 18,1%. Se consideriamo che molti di questi utenti sono “costretti” a scegliere per motivi turistici o di residenza (litorale del Cavallino ad esempio), è evidente che nell’utenza il tasso di soddisfazione sulle nostre prestazioni è da considerarsi insufficiente.
3. Visti i dati, non è però da fare “di tutta l’erba un fascio”; l’UDC ritiene prioritaria una analisi approfondita e dettagliata dell’indice di fuga e dell’indice di attrazione, identificando reparto per reparto, servizio per servizio, cosa funziona e cosa no; utile ancora, dovessero esistere presso l’Ufficio legale dell’ULSS richieste di risarcimento o denunce per mal-practice, sarebbe una analisi capillare: solo dopo si potranno stabilire i rimedi, i quali, l’UDC ne è certa, dovranno comportare acquisizione di tecnologie e professionalità, anche attraverso un doloroso, ma indispensabile, ricambio di operatori.
4. L’UDC ritiene che solo dopo questa fase, al fine di razionalizzare il tutto, potrà senza dubbio essere utile un ripensamento del numero di strutture ospedaliere e della collocazione geografica. A questo proposito, sicuramente, una manovra riduttiva che, da un lato elimini doppioni, e dall’altro accorpi strutture di ricovero e diagnostiche ad alta tecnologia, garantirà una maggior gestibilità ed economicità. E’ altrettanto chiaro che, nel decidere, si dovrà tener conto di Portogruaro come “baluardo naturale” alle fughe in Friuli, di Jesolo come polo turistico e logico bacino di utenza del litorale del Cavallino, ed anche delle specificità della Casa di Cura Rizzola.
L’UDC di S.Donà non vuole dubitare che l’argomento “Ospedale Unico nell’ULSS 10” sia stato sollevato per distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica indirizzandola verso un falso problema (falso perché non attuale), soprattutto in un momento in cui i resoconti sui media continuano a fotografare situazioni di sofferenza per l’Utenza e, quindi, di obiettiva difficoltà nella gestione della sanità nel territorio.
L’UDC auspica che l’unico organismo deputato a promuovere un confronto serio sull’argomento, in maniera collegiale e non attraverso comunicati o dichiarazioni espresse a titolo personale da singoli amministratori, cioè la Conferenza dei Sindaci, stimoli, e ne sia attiva partecipe, una approfondita analisi dei parametri prima evidenziati: analisi che veda interprete la Direzione Strategica dell’ULSS, e che per gli aspetti di competenza veda attori anche gli Organismi di Tutela dei Pazienti. Solo così la scelta sul numero della/e struttura/e di ricovero e sulla collocazione geografica diventerà una questione di più agevole soluzione, considerando anche le possibilità che l’attuale e le future strutture viarie presentano e presenteranno, ed essendoci il tempo perché la Regione decida, oltre alle nuove schede regionali ospedaliere, anche l’assetto definitivo della Casa di Cura Rizzola.
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mercoledì 10 giugno 2009
Grazie
Grazie a tutti coloro che ci hanno votato.
Grazie a tutte le persone che hanno creduto in noi, a tutti coloro che hanno aiutato, che hanno dato la loro disponibilità ed il loro sostegno.
Il nostro impegno continua
Sempre,
al Centro.
_
Grazie a tutti coloro che ci hanno votato.
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sabato 6 giugno 2009
6 e 7 giugno...si vota!
oggi e domani, per la tua Provincia, e per il Parlamento Europeo
vota

e indica la tua preferenza scrivendo
BERGAMO
nella scheda per l'elezione al Parlamento Europeo!
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giovedì 4 giugno 2009
Festa!
venerdì 5 giugno
ore 22.00
Marghera
______
MOLO10 (exMolo5)
______
Festeggiamenti di chiusura campagna elettorale
per i Candidati alla Provincia ed al Parlamento Europeo
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gli inviti saranno consegnati dai responsabili di territorio
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lunedì 1 giugno 2009
Appuntamenti della settimana
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Lunedì 1 giugno 2009. San Donà di Piave.
L'UDC incontra la cittadinanza in vista delle elezioni per la provincia
e per il rinnovo del Parlamento europeo.
Gazebo in Piazza ed incontro con i sandonatesi nella mattinata.
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Mercoledì 3 giugno 2009. San Donà di Piave.
Mercoledì 3 giugno 2009. San Donà di Piave.
L'UDC incontra i sandonatesi.
Alle 18.15, in Piazza Indipendenza,
presso il Caffè Letterario del Centro Culturale Leonardo Da Vinci,
incontro con i candidati UDC per le elezioni della Provincia di Venezia.
Saranno presenti il candidato consigliere provinciale
Mario Melchiori
e il candidato alla Presidenza della Provincia
Sen. UGO BERGAMO.
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lunedì 25 maggio 2009

Mercoledì 27 maggio 2009 - ore 21.00
San Donà di Piave
Park Hotel Continental
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Presentazione del Candidato
alla Presidenza della Provincia di Venezia
UGO BERGAMO
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Mercoledì 27 maggio 2009 ore 21.00
San Donà di Piave
Park Hotel Continental
* * *
in vista delle elezioni europee e provinciali del 6 e 7 giugno 2009
Presentazione
del Candidato alla Presidenza della Provincia
UGO BERGAMO
del Candidato al Consiglio Provinciale per il collegio di San Donà di Piave
Mario Melchiori
sarà presente il Segretario Provinciale UDC
Luca Scalabrin
seguirà rinfresco
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Voto
Discorso del Presidente Casini sul Federalismo
Signor Presidente, mi consenta di iniziare il mio intervento con una battuta, che è molto serena e cordiale, di saluto ai Ministri Bossi e Fitto, ma anche di dire che qui, in quest'Aula, oggi il vero "apprendista stregone" è il Ministro Calderoli, il quale ha fatto un miracolo (diciamo la verità), perché è riuscito a far credere a gran parte del mondo politico italiano, a partire dal Partito Democratico, che la sfida del federalismo viene affrontata con efficacia e con efficienza, quando invece, come per la verità ha dimostrato in questo intervento l'onorevole Lanzillotta, la questione va vista in termini esattamente inversi. In quest'Aula, in questo momento, all'inizio del dibattito, non ci si può dividere tra federalisti e antifederalisti, così come non accetto la divisione di chi in quest'Aula si presume faccia, di volta in volta, l'avvocato difensore del nord o del sud.
Qui non c'è una contestazione al federalismo, che proviene in nome del Mezzogiorno rispetto al nord, ma l'idea che questo federalismo, che ci apprestiamo a discutere in quest'Aula, sia in realtà uno spot elettorale confezionato, per legittime ambizioni di carattere politico, dalla Lega, e non l'occasione che il nostro Paese aspettava, per affrontare seriamente il tema del nuovo assetto dello Stato. Siamo in una situazione drammatica sotto il profilo dell'economia. Siamo in una crisi sociale ed economica enorme. Eppure, in questo disegno di legge, si perde l'occasione principale, quella di intervenire, di disboscare, di avere il coraggio anche di tagliare. Penso al tema delle province, ampiamente evocato in campagna elettorale ed oggi dimenticato in questo disegno di legge. Non poteva che essere così. Questo disegno di legge non poteva che dimenticare le province, come l'azione del Governo non poteva non dimenticare la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, per la quale si assiste a un ritorno indietro, non solo e non tanto rispetto al disegno di legge del Ministro Lanzillotta della scorsa legislatura, ma anche nei confronti dello stesso disegno di legge emendato da Rifondazione Comunista.
Perché non poteva essere che così? Perché, in realtà, abbiamo piegato questo momento così importante della vita parlamentare alla convenienza politica di una parte di questa coalizione di Governo, che si vuole presentare con uno spot: vuole dire, alle elezioni europee, che si è fatto il federalismo; vuole, sostanzialmente, fissare dei principi che astrattamente potrebbero essere anche, alcuni di questi, giusti e condivisibili (pensiamo al superamento del criterio della spesa storica e al costo standard), ma che, fuori da una cornice organica, finiscono per essere affermazioni di principio che rischiano di produrre un grande disastro per lo Stato, una moltiplicazione dei centri di spesa e una maggiore pressione fiscale. Ciò, nonostante si sia acceduto, nel corso della discussione in Commissione, ad inserire, in termini generici, la clausola di invarianza nel testo del disegno di legge.
Pur tuttavia - mi rivolgo ai rappresentanti del Governo - ci presentiamo con spirito costruttivo, perché questa sfida va accettata; certamente, siamo del tutto indifferenti alle "scomuniche" nei confronti di presunti antifederalisti, che non esistono in quest'Aula, perché nessuno è depositario del federalismo vero, anche se la Lega, storicamente, su questo ha condotto una grande battaglia, che, purtroppo, per così dire, ha partorito un topolino, perché questo è un topolino, con tante contraddizioni e incertezze che rischiano di pesare nei prossimi anni sul nostro Stato e sul nostro Paese.
Siamo consapevoli del fatto che non si possa procrastinare all'infinito l'attuazione dei principi del federalismo fiscale previsti dalla Costituzione, anche se riteniamo che sarebbe stato meglio effettuare prima le modifiche costituzionali necessarie a governare il sistema delle autonomie, cominciando dal Senato delle regioni. Siamo contrari a questo federalismo fiscale, che, così com'è, non serve a contenere e a razionalizzare la spesa; anzi, rischia di aumentarla e di produrre conseguenze negative.
Fino ad oggi il testo è stato migliorato nella forma, ma non nella sostanza; ci auguriamo che in questo passaggio si possa passare dalla forma alla sostanza. L'inserimento, come dicevo, all'ultima ora della clausola di invarianza, di cui avevamo denunciato l'assenza, riduce, ma non elimina, i profili di incostituzionalità. L'impossibilità di calcolare i costi e i rischi di oneri aggiuntivi per lo Stato e per i cittadini non sono eliminati, in quanto manca una sostanziale garanzia sugli effetti che l'attuazione del disegno di legge avrà nel tempo sul prelievo fiscale.
La discussione nel merito del provvedimento consentirà di tornare su questi argomenti, ma, nel complesso, voglio rimarcare che il testo uscito dall'esame in Commissione non supera le riserve che avevamo espresso e che riproporremo, come è nostra abitudine, con emendamenti in questa fase del dibattito.
In questo contesto, giova ribadire che solo dopo aver definito con chiarezza chi fa cosa, quanto deve essere fatto e quanto costa farlo è possibile immaginare un nuovo modello di finanziamento di regioni ed enti locali e, più in generale, una nuova regolamentazione dei rapporti finanziari tra Stato, regioni ed enti locali, in ossequio a quanto previsto dall'articolo 119 della Costituzione.
Per questa semplice ragione l'attuazione dell'articolo 119 può realizzarsi solo dopo che saranno definiti chiaramente i livelli essenziali delle prestazioni che lo Stato deve garantire a tutti i cittadini, le funzioni fondamentali degli enti locali e il livello di decentramento necessario ad assicurare l'esercizio unitario delle funzioni sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza secondo quanto previsto dagli articoli 117 e 118 della Costituzione. È necessario, dunque, far precedere l'esame del disegno di legge sul federalismo fiscale dall'esame e dall'approvazione del progetto di legge relativo alla Carta delle autonomie, in quanto, per le ragioni esposte, l'aspetto istituzionale risulta, senza dubbio, logicamente precedere e prevalere sugli aspetti finanziari.
Avremmo voluto, inoltre, che si evitasse la delega legislativa, il cui contenuto è nelle mani del Governo. Un percorso tanto complesso non basta realizzarlo con un ossequio formale verso il Parlamento, perché da questo punto di vista il Ministro Calderoli e tutti voi siete state ineccepibili: un percorso tanto complesso si deve realizzare con legge ordinaria, approvata dopo approfondita discussione dei due rami del Parlamento. Non è stato possibile, e si è chiesto di procedere con delega, ma non ci si può chiedere di sottoscrivere una delega in bianco.
Si propone un congegno ad alta complessità istituzionale: così lo ha definito il Ministro Tremonti al Senato, quando ha spiegato di non poter calcolare gli effetti del provvedimento, e quindi gli oneri. Circa dodici tributi in gioco, cinque soggetti istituzionali per l'attuazione, due fondi di solidarietà previsti dalla Costituzione, ventinove principi e criteri direttivi generali e circa ottantanove specifici, fino a diciotto decreti delegati al netto delle modifiche ed integrazioni (il numero non è indicato, ma sono ipotizzabili sulla base della materia). Una delega che viene conferita per il periodo, è bene sottolinearlo, coincidente con questa legislatura: due anni per i decreti delegati e due anni per eventuali correzioni. Ma perché? Perché si vuole rendere subalterno il percorso ad una logica politica interna alla coalizione, che non può in alcun modo interessare chi siede in questo Parlamento e soprattutto chi svolge la funzione di forza di opposizione. In questo modo il Parlamento non delega, ma trasferisce le proprie competenze affidategli dalla Costituzione, e i dubbi sulla costituzionalità di tale soluzione si accompagnano a quelli - lo ripeto - sulla sostenibilità del percorso.
Con le deleghe previste il Parlamento resta fuori da aspetti molto importanti nella definizione del federalismo fiscale, ed è escluso nei fatti dalla cabina di regia dell'attuazione della riforma:
Parlamento e Conferenze Stato-autonomie locali continuano a viaggiare su corsie separate, mentre la riforma del Titolo V aveva aperto la possibilità di integrare la Commissione per le questioni regionali, l'unica prevista dalla Costituzione, con rappresentanti delle regioni e degli enti locali. L'istituzione di una Commissione parlamentare bicamerale va incontro all'esigenza manifestata dall'Unione di Centro al Senato, ma opera a tempo indeterminato; in ogni caso, non si valorizza la Commissione per le questioni regionali. Sulla questione del controllo parlamentare non è stata nemmeno seguita la proposta, sostenuta dal Partito Democratico e da noi, di introdurre la previsione di pareri vincolanti, sugli schemi di decreto legislativo, della Commissione parlamentare per l'attuazione del federalismo fiscale. I forti dubbi di costituzionalità formulati dalla maggioranza hanno contribuito a mettere da parte anche altre proposte alternative coerenti con la Costituzione, che meritano attenzione: mi riferisco alla nostra proposta di rafforzare la funzione di controllo con pareri da adottarsi a maggioranza qualificata, obbligatori ma non vincolanti. In un contesto del genere francamente riteniamo che sarebbero ben altri i profili di costituzionalità su cui il relatore e la maggioranza dovrebbero riflettere; e non si vuole fare polemica, ma ribadire una preoccupazione forte e sentita che si stia forzando il sistema, illudendo i cittadini.
La tempistica dell'emanazione dei decreti delegati non consente di affrontare i nodi che sono emersi con evidenza nelle audizioni dinanzi alle Commissioni riunite. Sono di dubbia efficacia le misure per risolvere il problema della disomogeneità dei dati contabili degli enti locali, le carenze del quadro conoscitivo dei dati di bilancio degli enti locali (anche per via delle cosiddette esternalizzazioni, che nei "consolidati" non consentono di conoscere con precisione il livello della spesa pubblica), la necessità di classificazione, di definizione delle specifiche attività amministrative da ricondurre alle funzione delle regioni e degli enti locali. Ambigua ed evasiva la questione delle autonomie speciali: non essendo possibile con legge ordinaria prevedere l'introduzione dei principi e delle regole previste per il federalismo fiscale, il tema è trattato con compromessi, in modo da non scontentare nessuno; soluzione peraltro criticabile sul piano della tenuta costituzionale, proprio per la fonte utilizzata.
Siamo preoccupati che per la fretta si vada verso un federalismo fiscale incompleto e iniquo; in particolare non ci convince la genericità con cui si inquadra la futura determinazione del costo standard.
è ampiamente condivisibile l'abbandono di uno schema di finanziamento basato sulla finanza derivata, con l'attribuzione di entrate proprie e compartecipate in sostituzione dei trasferimenti, e il passaggio dal criterio della spesa storica ad una valutazione dei fabbisogni finanziari basata sulla valutazione del costo standard, inteso come costo di riferimento della produzione di un bene o di un servizio in condizione di efficienza produttiva. Mancano però i parametri, e tra questi riteniamo debba essere esplicito l'obbligo di tenere conto delle differenze territoriali: le condizioni economiche ed infrastrutturali del territorio incidono obiettivamente sui costi sopportati dalle imprese e dalla pubblica amministrazione.
Siamo quindi preoccupati che la differenza tra il costo standard coperto per le funzioni fondamentali e per i livelli essenziali delle prestazioni - quando capiremo quali sono - e il costo reale - cioè il costo sostenuto realmente dalle pubbliche amministrazioni nelle diverse aree del Paese - sia caricato sui cittadini che, a prescindere dal reddito, saranno costretti a pagare più tasse nelle aree svantaggiate.
Onorevoli colleghi, il dibattito ci consentirà di approfondire le singole questioni e mi auguro che nell'interesse del Paese si riesca a rivedere alcune scelte, lasciando da parte obiettivi particolari e contingenti.
Oltre agli emendamenti che saranno ripresentati, per contribuire a rendere più chiaro il testo e a garantire unitarietà, solidarietà e pari opportunità tra tutti i cittadini per noi sono fondamentali i seguenti emendamenti: primo, il complesso di emendamenti all'articolo 2, che definiscono un processo di attuazione del federalismo fiscale rispettoso delle autonomie territoriali e di carattere progressivo, da articolare nei ventiquattro mesi in fasi successive, nell'ambito delle quali ogni decreto legislativo deve essere sottoposto al parere parlamentare vincolante e rafforzato della Commissione bicamerale; secondo, gli emendamenti che stabiliscono che l'emanazione dei decreti delegati è subordinata all'introduzione della Carta delle autonomie; terzo, gli emendamenti che inseriscono esplicitamente il criterio per cui il calcolo del costo standard per il finanziamento dei livelli essenziali delle prestazione e delle funzioni fondamentali dei comuni deve tenere conto della diversità economica, territoriale e infrastrutturale; quarto, l'emendamento in base al quale i pareri sono affidati alla Commissione parlamentare per le questioni regionali prevista dalla legge costituzionale n. 3 del 2001, recante Modifiche al Titolo V della parte seconda della Costituzione, debitamente integrata con i rappresentanti di regioni, province ed enti locali; quinto, l'emendamento che prevede la maggioranza dei due terzi dei componenti per l'approvazione dei pareri da parte della Commissione parlamentare per l'attuazione del federalismo fiscale; sesto, infine, l'emendamento per sostituire nei criteri direttivi previsti dalla norma di salvaguardia il riferimento all'obiettivo di non aumento della pressione fiscale, con l'inserimento tra i criteri direttivi generali dell'obiettivo di ridurre la spesa corrente e il livello complessivo della pressione fiscale.
Onorevoli Ministri, cari colleghi, noi crediamo che al Parlamento e all'Italia non servano nuovi spot! All'Italia, in un momento così drammatico in cui serve coesione sociale e politica tra maggioranza e opposizione, non serve la propaganda; serve un profondo cambiamento del nostro Stato, serve il coraggio di abolire le province, di procedere sulla liberalizzazione dei servizi pubblici locali, di attuare una Carta delle autonomie che ci spieghi - prima di ogni altro provvedimento fiscale - le competenze e come a queste competenze adempiere.
Non sono - mi rendo conto - osservazioni facilmente risolvibili, eppure noi ci apprestiamo, con la solita costruttività, al lavoro comune di questi giorni in Parlamento (Applausi dei deputati dei gruppi Unione di Centro e Misto-Liberal Democratici-Repubblicani - Congratulazioni).
Qui non c'è una contestazione al federalismo, che proviene in nome del Mezzogiorno rispetto al nord, ma l'idea che questo federalismo, che ci apprestiamo a discutere in quest'Aula, sia in realtà uno spot elettorale confezionato, per legittime ambizioni di carattere politico, dalla Lega, e non l'occasione che il nostro Paese aspettava, per affrontare seriamente il tema del nuovo assetto dello Stato. Siamo in una situazione drammatica sotto il profilo dell'economia. Siamo in una crisi sociale ed economica enorme. Eppure, in questo disegno di legge, si perde l'occasione principale, quella di intervenire, di disboscare, di avere il coraggio anche di tagliare. Penso al tema delle province, ampiamente evocato in campagna elettorale ed oggi dimenticato in questo disegno di legge. Non poteva che essere così. Questo disegno di legge non poteva che dimenticare le province, come l'azione del Governo non poteva non dimenticare la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, per la quale si assiste a un ritorno indietro, non solo e non tanto rispetto al disegno di legge del Ministro Lanzillotta della scorsa legislatura, ma anche nei confronti dello stesso disegno di legge emendato da Rifondazione Comunista.
Perché non poteva essere che così? Perché, in realtà, abbiamo piegato questo momento così importante della vita parlamentare alla convenienza politica di una parte di questa coalizione di Governo, che si vuole presentare con uno spot: vuole dire, alle elezioni europee, che si è fatto il federalismo; vuole, sostanzialmente, fissare dei principi che astrattamente potrebbero essere anche, alcuni di questi, giusti e condivisibili (pensiamo al superamento del criterio della spesa storica e al costo standard), ma che, fuori da una cornice organica, finiscono per essere affermazioni di principio che rischiano di produrre un grande disastro per lo Stato, una moltiplicazione dei centri di spesa e una maggiore pressione fiscale. Ciò, nonostante si sia acceduto, nel corso della discussione in Commissione, ad inserire, in termini generici, la clausola di invarianza nel testo del disegno di legge.
Pur tuttavia - mi rivolgo ai rappresentanti del Governo - ci presentiamo con spirito costruttivo, perché questa sfida va accettata; certamente, siamo del tutto indifferenti alle "scomuniche" nei confronti di presunti antifederalisti, che non esistono in quest'Aula, perché nessuno è depositario del federalismo vero, anche se la Lega, storicamente, su questo ha condotto una grande battaglia, che, purtroppo, per così dire, ha partorito un topolino, perché questo è un topolino, con tante contraddizioni e incertezze che rischiano di pesare nei prossimi anni sul nostro Stato e sul nostro Paese.
Siamo consapevoli del fatto che non si possa procrastinare all'infinito l'attuazione dei principi del federalismo fiscale previsti dalla Costituzione, anche se riteniamo che sarebbe stato meglio effettuare prima le modifiche costituzionali necessarie a governare il sistema delle autonomie, cominciando dal Senato delle regioni. Siamo contrari a questo federalismo fiscale, che, così com'è, non serve a contenere e a razionalizzare la spesa; anzi, rischia di aumentarla e di produrre conseguenze negative.
Fino ad oggi il testo è stato migliorato nella forma, ma non nella sostanza; ci auguriamo che in questo passaggio si possa passare dalla forma alla sostanza. L'inserimento, come dicevo, all'ultima ora della clausola di invarianza, di cui avevamo denunciato l'assenza, riduce, ma non elimina, i profili di incostituzionalità. L'impossibilità di calcolare i costi e i rischi di oneri aggiuntivi per lo Stato e per i cittadini non sono eliminati, in quanto manca una sostanziale garanzia sugli effetti che l'attuazione del disegno di legge avrà nel tempo sul prelievo fiscale.
La discussione nel merito del provvedimento consentirà di tornare su questi argomenti, ma, nel complesso, voglio rimarcare che il testo uscito dall'esame in Commissione non supera le riserve che avevamo espresso e che riproporremo, come è nostra abitudine, con emendamenti in questa fase del dibattito.
In questo contesto, giova ribadire che solo dopo aver definito con chiarezza chi fa cosa, quanto deve essere fatto e quanto costa farlo è possibile immaginare un nuovo modello di finanziamento di regioni ed enti locali e, più in generale, una nuova regolamentazione dei rapporti finanziari tra Stato, regioni ed enti locali, in ossequio a quanto previsto dall'articolo 119 della Costituzione.
Per questa semplice ragione l'attuazione dell'articolo 119 può realizzarsi solo dopo che saranno definiti chiaramente i livelli essenziali delle prestazioni che lo Stato deve garantire a tutti i cittadini, le funzioni fondamentali degli enti locali e il livello di decentramento necessario ad assicurare l'esercizio unitario delle funzioni sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza secondo quanto previsto dagli articoli 117 e 118 della Costituzione. È necessario, dunque, far precedere l'esame del disegno di legge sul federalismo fiscale dall'esame e dall'approvazione del progetto di legge relativo alla Carta delle autonomie, in quanto, per le ragioni esposte, l'aspetto istituzionale risulta, senza dubbio, logicamente precedere e prevalere sugli aspetti finanziari.
Avremmo voluto, inoltre, che si evitasse la delega legislativa, il cui contenuto è nelle mani del Governo. Un percorso tanto complesso non basta realizzarlo con un ossequio formale verso il Parlamento, perché da questo punto di vista il Ministro Calderoli e tutti voi siete state ineccepibili: un percorso tanto complesso si deve realizzare con legge ordinaria, approvata dopo approfondita discussione dei due rami del Parlamento. Non è stato possibile, e si è chiesto di procedere con delega, ma non ci si può chiedere di sottoscrivere una delega in bianco.
Si propone un congegno ad alta complessità istituzionale: così lo ha definito il Ministro Tremonti al Senato, quando ha spiegato di non poter calcolare gli effetti del provvedimento, e quindi gli oneri. Circa dodici tributi in gioco, cinque soggetti istituzionali per l'attuazione, due fondi di solidarietà previsti dalla Costituzione, ventinove principi e criteri direttivi generali e circa ottantanove specifici, fino a diciotto decreti delegati al netto delle modifiche ed integrazioni (il numero non è indicato, ma sono ipotizzabili sulla base della materia). Una delega che viene conferita per il periodo, è bene sottolinearlo, coincidente con questa legislatura: due anni per i decreti delegati e due anni per eventuali correzioni. Ma perché? Perché si vuole rendere subalterno il percorso ad una logica politica interna alla coalizione, che non può in alcun modo interessare chi siede in questo Parlamento e soprattutto chi svolge la funzione di forza di opposizione. In questo modo il Parlamento non delega, ma trasferisce le proprie competenze affidategli dalla Costituzione, e i dubbi sulla costituzionalità di tale soluzione si accompagnano a quelli - lo ripeto - sulla sostenibilità del percorso.
Con le deleghe previste il Parlamento resta fuori da aspetti molto importanti nella definizione del federalismo fiscale, ed è escluso nei fatti dalla cabina di regia dell'attuazione della riforma:
Parlamento e Conferenze Stato-autonomie locali continuano a viaggiare su corsie separate, mentre la riforma del Titolo V aveva aperto la possibilità di integrare la Commissione per le questioni regionali, l'unica prevista dalla Costituzione, con rappresentanti delle regioni e degli enti locali. L'istituzione di una Commissione parlamentare bicamerale va incontro all'esigenza manifestata dall'Unione di Centro al Senato, ma opera a tempo indeterminato; in ogni caso, non si valorizza la Commissione per le questioni regionali. Sulla questione del controllo parlamentare non è stata nemmeno seguita la proposta, sostenuta dal Partito Democratico e da noi, di introdurre la previsione di pareri vincolanti, sugli schemi di decreto legislativo, della Commissione parlamentare per l'attuazione del federalismo fiscale. I forti dubbi di costituzionalità formulati dalla maggioranza hanno contribuito a mettere da parte anche altre proposte alternative coerenti con la Costituzione, che meritano attenzione: mi riferisco alla nostra proposta di rafforzare la funzione di controllo con pareri da adottarsi a maggioranza qualificata, obbligatori ma non vincolanti. In un contesto del genere francamente riteniamo che sarebbero ben altri i profili di costituzionalità su cui il relatore e la maggioranza dovrebbero riflettere; e non si vuole fare polemica, ma ribadire una preoccupazione forte e sentita che si stia forzando il sistema, illudendo i cittadini.
La tempistica dell'emanazione dei decreti delegati non consente di affrontare i nodi che sono emersi con evidenza nelle audizioni dinanzi alle Commissioni riunite. Sono di dubbia efficacia le misure per risolvere il problema della disomogeneità dei dati contabili degli enti locali, le carenze del quadro conoscitivo dei dati di bilancio degli enti locali (anche per via delle cosiddette esternalizzazioni, che nei "consolidati" non consentono di conoscere con precisione il livello della spesa pubblica), la necessità di classificazione, di definizione delle specifiche attività amministrative da ricondurre alle funzione delle regioni e degli enti locali. Ambigua ed evasiva la questione delle autonomie speciali: non essendo possibile con legge ordinaria prevedere l'introduzione dei principi e delle regole previste per il federalismo fiscale, il tema è trattato con compromessi, in modo da non scontentare nessuno; soluzione peraltro criticabile sul piano della tenuta costituzionale, proprio per la fonte utilizzata.
Siamo preoccupati che per la fretta si vada verso un federalismo fiscale incompleto e iniquo; in particolare non ci convince la genericità con cui si inquadra la futura determinazione del costo standard.
è ampiamente condivisibile l'abbandono di uno schema di finanziamento basato sulla finanza derivata, con l'attribuzione di entrate proprie e compartecipate in sostituzione dei trasferimenti, e il passaggio dal criterio della spesa storica ad una valutazione dei fabbisogni finanziari basata sulla valutazione del costo standard, inteso come costo di riferimento della produzione di un bene o di un servizio in condizione di efficienza produttiva. Mancano però i parametri, e tra questi riteniamo debba essere esplicito l'obbligo di tenere conto delle differenze territoriali: le condizioni economiche ed infrastrutturali del territorio incidono obiettivamente sui costi sopportati dalle imprese e dalla pubblica amministrazione.
Siamo quindi preoccupati che la differenza tra il costo standard coperto per le funzioni fondamentali e per i livelli essenziali delle prestazioni - quando capiremo quali sono - e il costo reale - cioè il costo sostenuto realmente dalle pubbliche amministrazioni nelle diverse aree del Paese - sia caricato sui cittadini che, a prescindere dal reddito, saranno costretti a pagare più tasse nelle aree svantaggiate.
Onorevoli colleghi, il dibattito ci consentirà di approfondire le singole questioni e mi auguro che nell'interesse del Paese si riesca a rivedere alcune scelte, lasciando da parte obiettivi particolari e contingenti.
Oltre agli emendamenti che saranno ripresentati, per contribuire a rendere più chiaro il testo e a garantire unitarietà, solidarietà e pari opportunità tra tutti i cittadini per noi sono fondamentali i seguenti emendamenti: primo, il complesso di emendamenti all'articolo 2, che definiscono un processo di attuazione del federalismo fiscale rispettoso delle autonomie territoriali e di carattere progressivo, da articolare nei ventiquattro mesi in fasi successive, nell'ambito delle quali ogni decreto legislativo deve essere sottoposto al parere parlamentare vincolante e rafforzato della Commissione bicamerale; secondo, gli emendamenti che stabiliscono che l'emanazione dei decreti delegati è subordinata all'introduzione della Carta delle autonomie; terzo, gli emendamenti che inseriscono esplicitamente il criterio per cui il calcolo del costo standard per il finanziamento dei livelli essenziali delle prestazione e delle funzioni fondamentali dei comuni deve tenere conto della diversità economica, territoriale e infrastrutturale; quarto, l'emendamento in base al quale i pareri sono affidati alla Commissione parlamentare per le questioni regionali prevista dalla legge costituzionale n. 3 del 2001, recante Modifiche al Titolo V della parte seconda della Costituzione, debitamente integrata con i rappresentanti di regioni, province ed enti locali; quinto, l'emendamento che prevede la maggioranza dei due terzi dei componenti per l'approvazione dei pareri da parte della Commissione parlamentare per l'attuazione del federalismo fiscale; sesto, infine, l'emendamento per sostituire nei criteri direttivi previsti dalla norma di salvaguardia il riferimento all'obiettivo di non aumento della pressione fiscale, con l'inserimento tra i criteri direttivi generali dell'obiettivo di ridurre la spesa corrente e il livello complessivo della pressione fiscale.
Onorevoli Ministri, cari colleghi, noi crediamo che al Parlamento e all'Italia non servano nuovi spot! All'Italia, in un momento così drammatico in cui serve coesione sociale e politica tra maggioranza e opposizione, non serve la propaganda; serve un profondo cambiamento del nostro Stato, serve il coraggio di abolire le province, di procedere sulla liberalizzazione dei servizi pubblici locali, di attuare una Carta delle autonomie che ci spieghi - prima di ogni altro provvedimento fiscale - le competenze e come a queste competenze adempiere.
Non sono - mi rendo conto - osservazioni facilmente risolvibili, eppure noi ci apprestiamo, con la solita costruttività, al lavoro comune di questi giorni in Parlamento (Applausi dei deputati dei gruppi Unione di Centro e Misto-Liberal Democratici-Repubblicani - Congratulazioni).
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Elezioni 2009 - il 6 e 7 giugno si torna a votare...
Un Vademecum per i Cittadini
Una raccolta di indicazioni, a carattere generale e facilmente accessibili, che riguardano le elezioni che si terranno in giugno per l'elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia, dei Presidenti di provincia e dei Consigli provinciali e dei Sindaci e dei Consigli comunali.
QUANDO SI VOTA
Sabato 6 giugno, dalle ore 15.00 alle ore 22.00, e domenica 7 giugno, dalle ore 7.00 alle ore 22.00, si svolgeranno le operazioni di voto per le elezioni dei 72 membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia, dei presidenti e dei consigli di 62 province e dei sindaci e dei consigli di 4.281 comuni (di cui 30 capoluoghi di provincia). Lo scrutinio dei voti per il Parlamento europeo inizierà a partire dalle ore 22.00 di domenica 7 giugno, subito dopo la conclusione delle operazioni di voto e l’accertamento del numero dei votanti; lo scrutinio dei voti per le consultazioni amministrative avrà inizio alle ore 14.00 di lunedì 8 giugno, dando la precedenza allo spoglio delle schede per le elezioni provinciali, comunali e, eventualmente, circoscrizionali. In caso di effettuazione del turno di ballottaggio per l’elezione dei presidenti di provincia e dei sindaci – che si svolgerà contemporaneamente alla consultazione referendaria - si voterà domenica 21 giugno, dalle ore 8.00 alle ore 22.00, e lunedì 22 giugno, dalle ore 7.00 alle ore 15.00. Le operazioni di scrutinio avranno inizio nella stessa giornata di lunedì, al termine delle votazioni e dell’accertamento del numero dei votanti, procedendosi prima alle operazioni di scrutinio delle schede referendarie e successivamente, senza interruzione, a quelle per l’elezione dei presidenti delle province e/o dei sindaci.
COME SI VOTA
ELEZIONI EUROPEE L’elettore, all’atto della votazione, riceverà un’unica scheda, di colore diverso a seconda della circoscrizione elettorale nelle cui liste è iscritto: grigio per l’Italia nord-occidentale (Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia); marrone per l’Italia nord-orientale (Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Emilia Romagna); rosso per l’Italia centrale (Toscana, Umbria, Marche, Lazio); arancione per l’Italia meridionale (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria); rosa per l’Italia insulare (Sicilia, Sardegna). Il voto di lista si esprime tracciando sulla scheda, con la matita copiativa, un segno sul contrassegno corrispondente alla lista prescelta. I voti di preferenza − nel numero massimo di tre, tranne che per le liste di minoranza linguistica collegate ad altra lista per le quali può esprimersi una sola preferenza − si esprimono scrivendo nelle apposite righe, tracciate a fianco e nel rettangolo contenente il contrassegno della lista votata, il nome e cognome o solo il cognome dei candidati preferiti, compresi nella lista medesima; in caso di identità di cognome tra candidati, deve scriversi sempre il nome e cognome e, ove occorra, data e luogo di nascita. Non è ammessa l’espressione del voto di preferenza con indicazioni numeriche.
ELEZIONI PROVINCIALI (SCHEDA GIALLA) Ciascun elettore può votare: • per uno dei candidati al consiglio provinciale, tracciando un segno sul relativo contrassegno; il voto così espresso si intende attribuito sia al candidato alla carica di consigliere provinciale, sia al candidato alla carica di presidente della provincia collegato; • per uno dei candidati alla carica di presidente della provincia, tracciando un segno sul relativo rettangolo, e per uno dei candidati al consiglio provinciale ad esso collegato, tracciando anche un segno sul relativo contrassegno; il voto così espresso si intende attribuito sia al candidato alla carica di consigliere provinciale corrispondente al contrassegno votato, sia al candidato alla carica di presidente della provincia; • per un candidato alla carica di presidente della provincia, tracciando un segno sul relativo rettangolo; il voto così espresso si intende attribuito solo al candidato alla carica di presidente della provincia. Per le elezioni provinciali non è ammesso il “voto disgiunto”, cioè il voto per un presidente della provincia di un gruppo o di un gruppo di liste e per un candidato al consiglio provinciale di un altro gruppo o gruppo di liste. Per il ballottaggio il voto si esprime tracciando un segno sul rettangolo entro il quale è scritto il nome del candidato prescelto.
ELEZIONI NEI COMUNI CON POPOLAZIONE SUPERIORE A 15.000 ABITANTI DI REGIONI A STATUTO ORDINARIO (SCHEDA AZZURRA)
La scheda reca i nomi e i cognomi dei candidati alla carica di sindaco, scritti entro un apposito rettangolo, al cui fianco sono riportati i contrassegni della lista o delle liste con cui il candidato è collegato. L’elettore può votare: • per una delle liste tracciando un segno sul relativo contrassegno; il voto così espresso si intende attribuito anche al candidato sindaco collegato; • per un candidato a sindaco tracciando un segno sul relativo rettangolo, non scegliendo alcuna lista collegata; il voto così espresso si intende attribuito solo al candidato alla carica di sindaco; • per un candidato a sindaco, tracciando un segno sul relativo rettangolo, e per una delle liste collegate tracciando un segno sul relativo contrassegno; il voto così espresso si intende attribuito sia al candidato alla carica di sindaco sia alla lista collegata; • per un candidato a sindaco, tracciando un segno sul relativo rettangolo, e per una lista non collegata tracciando un segno sul relativo contrassegno; il voto così espresso si intende attribuito sia al candidato alla carica di sindaco sia alla lista non collegata (cd. “voto disgiunto”). L’elettore potrà altresì manifestare un solo voto di preferenza per un candidato alla carica di consigliere comunale, segnando, sull’apposita riga stampata sulla destra di ogni contrassegno di lista, il nominativo (solo il cognome o, in caso di omonimia, il cognome e nome e, ove occorra, data e luogo di nascita) del candidato preferito appartenente alla lista prescelta. Per il ballottaggio il voto si esprime tracciando un segno sul rettangolo entro il quale è scritto il nome del candidato prescelto.
ELEZIONI NEI COMUNI CON POPOLAZIONE SINO A 15.000 ABITANTI DI REGIONI A STATUTO ORDINARIO (SCHEDA AZZURRA) L’elettore, con la matita copiativa, potrà esprimere il proprio voto: - tracciando un solo segno di voto sul nominativo di un candidato alla carica di sindaco; - tracciando un solo segno di voto sul contrassegno di una delle liste di candidati alla carica di consigliere; - tracciando un segno di voto sia sul contrassegno prescelto che sul nominativo del candidato alla carica di sindaco collegato alla lista votata. In tutti i predetti casi, il voto si intenderà attribuito sia in favore del candidato alla carica di sindaco sia in favore della lista ad esso collegata. L’elettore potrà altresì manifestare un solo voto di preferenza per un candidato alla carica di consigliere comunale, segnando sull’apposita riga stampata sulla scheda il nominativo (solo il cognome o, in caso di omonimia, il cognome e nome e, ove occorra, data e luogo di nascita) del candidato preferito appartenente alla lista compresa nel medesimo riquadro, senza dover apporre alcun altro segno di voto sul relativo contrassegno. In tal modo, il voto si intenderà attribuito, oltre che al singolo candidato a consigliere comunale, anche alla lista cui il candidato medesimo appartiene nonché al candidato alla carica di sindaco collegato con la lista stessa.
CORPO ELETTORALE
I dati definitivi sul corpo elettorale, riferiti al 15° giorno antecedente la data delle votazioni, saranno acquisiti entro il 3 giugno 2009. I dati sotto riportati, provvisori, sono aggiornati alla revisione semestrale del 30 giugno 2008. Le elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia interesseranno un corpo elettorale al momento quantificabile in 50.664.596 unità, di cui 24.432.720 elettori e 26.231.876 elettrici. Le sezioni elettorali complessive saranno 61.225. Le elezioni in sessantadue province interesseranno 29.940.151 elettori, 14.442.636 maschi e 15.497.515 femmine; 36.451, le sezioni. Le elezioni in 4.281 comuni interesseranno 18.419.204 elettori, 8.918.298 maschi e 9.500.906 femmine; 22.965, le sezioni. Considerando una volta sola gli enti interessati contemporaneamente a più tipi di consultazioni, il numero complessivo di elettori sarà di 34.673.113, di cui 16.741.282 maschi e 17.931.831 femmine, e di sezioni sarà di 42.257.
TESSERA ELETTORALE
Il ministero dell’Interno ricorda che gli elettori, per poter esercitare il diritto di voto presso gli uffici elettorali di sezione nelle cui liste risultano iscritti, dovranno esibire, oltre ad un documento di riconoscimento valido, la tessera elettorale personale a carattere permanente, che ha sostituito il certificato elettorale. Chi avesse smarrito la propria tessera personale, potrà chiederne il duplicato agli uffici comunali, che a tal fine saranno aperti dal lunedì al venerdì antecedenti l’elezione, dalle ore 9 alle ore 19, il sabato di inizio delle votazioni dalle ore 8 alle ore 22 e la domenica per tutta la durata delle operazioni di voto.
Una raccolta di indicazioni, a carattere generale e facilmente accessibili, che riguardano le elezioni che si terranno in giugno per l'elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia, dei Presidenti di provincia e dei Consigli provinciali e dei Sindaci e dei Consigli comunali.
QUANDO SI VOTA
Sabato 6 giugno, dalle ore 15.00 alle ore 22.00, e domenica 7 giugno, dalle ore 7.00 alle ore 22.00, si svolgeranno le operazioni di voto per le elezioni dei 72 membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia, dei presidenti e dei consigli di 62 province e dei sindaci e dei consigli di 4.281 comuni (di cui 30 capoluoghi di provincia). Lo scrutinio dei voti per il Parlamento europeo inizierà a partire dalle ore 22.00 di domenica 7 giugno, subito dopo la conclusione delle operazioni di voto e l’accertamento del numero dei votanti; lo scrutinio dei voti per le consultazioni amministrative avrà inizio alle ore 14.00 di lunedì 8 giugno, dando la precedenza allo spoglio delle schede per le elezioni provinciali, comunali e, eventualmente, circoscrizionali. In caso di effettuazione del turno di ballottaggio per l’elezione dei presidenti di provincia e dei sindaci – che si svolgerà contemporaneamente alla consultazione referendaria - si voterà domenica 21 giugno, dalle ore 8.00 alle ore 22.00, e lunedì 22 giugno, dalle ore 7.00 alle ore 15.00. Le operazioni di scrutinio avranno inizio nella stessa giornata di lunedì, al termine delle votazioni e dell’accertamento del numero dei votanti, procedendosi prima alle operazioni di scrutinio delle schede referendarie e successivamente, senza interruzione, a quelle per l’elezione dei presidenti delle province e/o dei sindaci.
COME SI VOTA
ELEZIONI EUROPEE L’elettore, all’atto della votazione, riceverà un’unica scheda, di colore diverso a seconda della circoscrizione elettorale nelle cui liste è iscritto: grigio per l’Italia nord-occidentale (Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia); marrone per l’Italia nord-orientale (Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Emilia Romagna); rosso per l’Italia centrale (Toscana, Umbria, Marche, Lazio); arancione per l’Italia meridionale (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria); rosa per l’Italia insulare (Sicilia, Sardegna). Il voto di lista si esprime tracciando sulla scheda, con la matita copiativa, un segno sul contrassegno corrispondente alla lista prescelta. I voti di preferenza − nel numero massimo di tre, tranne che per le liste di minoranza linguistica collegate ad altra lista per le quali può esprimersi una sola preferenza − si esprimono scrivendo nelle apposite righe, tracciate a fianco e nel rettangolo contenente il contrassegno della lista votata, il nome e cognome o solo il cognome dei candidati preferiti, compresi nella lista medesima; in caso di identità di cognome tra candidati, deve scriversi sempre il nome e cognome e, ove occorra, data e luogo di nascita. Non è ammessa l’espressione del voto di preferenza con indicazioni numeriche.
ELEZIONI PROVINCIALI (SCHEDA GIALLA) Ciascun elettore può votare: • per uno dei candidati al consiglio provinciale, tracciando un segno sul relativo contrassegno; il voto così espresso si intende attribuito sia al candidato alla carica di consigliere provinciale, sia al candidato alla carica di presidente della provincia collegato; • per uno dei candidati alla carica di presidente della provincia, tracciando un segno sul relativo rettangolo, e per uno dei candidati al consiglio provinciale ad esso collegato, tracciando anche un segno sul relativo contrassegno; il voto così espresso si intende attribuito sia al candidato alla carica di consigliere provinciale corrispondente al contrassegno votato, sia al candidato alla carica di presidente della provincia; • per un candidato alla carica di presidente della provincia, tracciando un segno sul relativo rettangolo; il voto così espresso si intende attribuito solo al candidato alla carica di presidente della provincia. Per le elezioni provinciali non è ammesso il “voto disgiunto”, cioè il voto per un presidente della provincia di un gruppo o di un gruppo di liste e per un candidato al consiglio provinciale di un altro gruppo o gruppo di liste. Per il ballottaggio il voto si esprime tracciando un segno sul rettangolo entro il quale è scritto il nome del candidato prescelto.
ELEZIONI NEI COMUNI CON POPOLAZIONE SUPERIORE A 15.000 ABITANTI DI REGIONI A STATUTO ORDINARIO (SCHEDA AZZURRA)
La scheda reca i nomi e i cognomi dei candidati alla carica di sindaco, scritti entro un apposito rettangolo, al cui fianco sono riportati i contrassegni della lista o delle liste con cui il candidato è collegato. L’elettore può votare: • per una delle liste tracciando un segno sul relativo contrassegno; il voto così espresso si intende attribuito anche al candidato sindaco collegato; • per un candidato a sindaco tracciando un segno sul relativo rettangolo, non scegliendo alcuna lista collegata; il voto così espresso si intende attribuito solo al candidato alla carica di sindaco; • per un candidato a sindaco, tracciando un segno sul relativo rettangolo, e per una delle liste collegate tracciando un segno sul relativo contrassegno; il voto così espresso si intende attribuito sia al candidato alla carica di sindaco sia alla lista collegata; • per un candidato a sindaco, tracciando un segno sul relativo rettangolo, e per una lista non collegata tracciando un segno sul relativo contrassegno; il voto così espresso si intende attribuito sia al candidato alla carica di sindaco sia alla lista non collegata (cd. “voto disgiunto”). L’elettore potrà altresì manifestare un solo voto di preferenza per un candidato alla carica di consigliere comunale, segnando, sull’apposita riga stampata sulla destra di ogni contrassegno di lista, il nominativo (solo il cognome o, in caso di omonimia, il cognome e nome e, ove occorra, data e luogo di nascita) del candidato preferito appartenente alla lista prescelta. Per il ballottaggio il voto si esprime tracciando un segno sul rettangolo entro il quale è scritto il nome del candidato prescelto.
ELEZIONI NEI COMUNI CON POPOLAZIONE SINO A 15.000 ABITANTI DI REGIONI A STATUTO ORDINARIO (SCHEDA AZZURRA) L’elettore, con la matita copiativa, potrà esprimere il proprio voto: - tracciando un solo segno di voto sul nominativo di un candidato alla carica di sindaco; - tracciando un solo segno di voto sul contrassegno di una delle liste di candidati alla carica di consigliere; - tracciando un segno di voto sia sul contrassegno prescelto che sul nominativo del candidato alla carica di sindaco collegato alla lista votata. In tutti i predetti casi, il voto si intenderà attribuito sia in favore del candidato alla carica di sindaco sia in favore della lista ad esso collegata. L’elettore potrà altresì manifestare un solo voto di preferenza per un candidato alla carica di consigliere comunale, segnando sull’apposita riga stampata sulla scheda il nominativo (solo il cognome o, in caso di omonimia, il cognome e nome e, ove occorra, data e luogo di nascita) del candidato preferito appartenente alla lista compresa nel medesimo riquadro, senza dover apporre alcun altro segno di voto sul relativo contrassegno. In tal modo, il voto si intenderà attribuito, oltre che al singolo candidato a consigliere comunale, anche alla lista cui il candidato medesimo appartiene nonché al candidato alla carica di sindaco collegato con la lista stessa.
CORPO ELETTORALE
I dati definitivi sul corpo elettorale, riferiti al 15° giorno antecedente la data delle votazioni, saranno acquisiti entro il 3 giugno 2009. I dati sotto riportati, provvisori, sono aggiornati alla revisione semestrale del 30 giugno 2008. Le elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia interesseranno un corpo elettorale al momento quantificabile in 50.664.596 unità, di cui 24.432.720 elettori e 26.231.876 elettrici. Le sezioni elettorali complessive saranno 61.225. Le elezioni in sessantadue province interesseranno 29.940.151 elettori, 14.442.636 maschi e 15.497.515 femmine; 36.451, le sezioni. Le elezioni in 4.281 comuni interesseranno 18.419.204 elettori, 8.918.298 maschi e 9.500.906 femmine; 22.965, le sezioni. Considerando una volta sola gli enti interessati contemporaneamente a più tipi di consultazioni, il numero complessivo di elettori sarà di 34.673.113, di cui 16.741.282 maschi e 17.931.831 femmine, e di sezioni sarà di 42.257.
TESSERA ELETTORALE
Il ministero dell’Interno ricorda che gli elettori, per poter esercitare il diritto di voto presso gli uffici elettorali di sezione nelle cui liste risultano iscritti, dovranno esibire, oltre ad un documento di riconoscimento valido, la tessera elettorale personale a carattere permanente, che ha sostituito il certificato elettorale. Chi avesse smarrito la propria tessera personale, potrà chiederne il duplicato agli uffici comunali, che a tal fine saranno aperti dal lunedì al venerdì antecedenti l’elezione, dalle ore 9 alle ore 19, il sabato di inizio delle votazioni dalle ore 8 alle ore 22 e la domenica per tutta la durata delle operazioni di voto.
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